Una catena umana di oltre 230 persone ha scelto il digiuno a staffetta per chiedere alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, di difendere la Corte penale internazionale dalle pressioni di Stati Uniti e Russia. La campagna, promossa da Eumans e Non C’è Pace Senza Giustizia, punta all’attivazione dello statuto di blocco europeo contro le sanzioni americane imposte dall’amministrazione Trump, che rischiano di limitare concretamente l’operatività della Corte e dei suoi giudici. L’iniziativa, accompagnata da manifestazioni davanti agli uffici della Commissione europea a Bruxelles e in diverse città europee, si inserisce in una mobilitazione più ampia a sostegno della giustizia internazionale, fino alla proposta di candidare la Corte penale internazionale al Nobel per la Pace 2026.

L’autore dell’intervento è Lorenzo Mineo, esponente di Eumans, il movimento paneuropeo di cittadini fondato da Marco Cappato.

Chi l’ha detto che lo sciopero della fame è una forma di attivismo troppo datata?
Negli scorsi giorni una catena umana di oltre 230 persone ha deciso di digiunare a staffetta (uno o due giorni al massimo per ogni attivista) per chiedere a Ursula von der Leyen di difendere la Corte Penale Internazionale. L’iniziativa è stata lanciata da Eumans, movimento paneuropeo di iniziativa popolare, e Non C’è Pace Senza Giustizia, storica ONG dedita ai temi di diritto internazionale e stato di diritto.

Contestualmente, da metà aprile in poi attivisti da tutta Europa hanno manifestato davanti agli uffici della Commissione europea a Bruxelles, con la partecipazione degli eurodeputati Brando Benifei e Chloe Ridel del gruppo socialdemocratico, e anche in città come Barcellona, Madrid, Berlino, Bologna, Roma, Milano e Napoli.

Difendere la Corte significa difendere dell’istituzione simbolo del diritto internazionale, senza la quale si garantisce l’impunità a chi compie crimini di guerra e grazie alla propria posizione di potere pensa di essere al di sopra della legge.

Oggi questa istituzione è sotto attacco frontale di Stati Uniti e Russia. Le potenze ad est e ovest dell’Europa hanno sanzionato la Corte perché ne contestano le decisioni: nello specifico i mandati d’arresto spiccati da una parte nei confronti di Benjamin Netanyagu e Yoav Gallant per i crimini compiuti a Gaza e dall’altra nei confronti di Vladimir Putin per quelli compiuti in Ucraina.

Mentre la Russia ha reagito con condanne penali nei confronti di giudici della Corte, che hanno effetto limitatamente al territorio russo e non impattano grandemente sulla vita quotidiana dei giudici, i provvedimenti americani hanno una natura diversa. Si tratta infatti in questo caso di sanzioni imposte da un ordine esecutivo di Donald Trump, ed implicano che la Corte e i suoi giudici non possono interagire con imprese americane, inclusi i servizi di pagamento, le piattaforme e i servizi digitali che quasi tutti usiamo abitualmente: American Express, Paypal, Amazon, Microsoft, eccetera.

Davanti a tutto questo, l’Europa può e deve fare qualcosa: con l’attivazione dello statuto di blocco, già chiesta dal Parlamento UE, la Commissione potrebbe impedire che le sanzioni di Trump abbiano effetto sul suolo europeo, obbligando le imprese americane a erogare regolarmente i propri servizi. Sarebbe un segnale concreto e fondamentale, proprio mentre alcuni episodi mostrano come il vento possa cambiare: in Ungheria ad esempio, dopo che Orban aveva chiesto il ritiro del Paese dalla Corte, il nuovo primo ministro Magyar ha annunciato di voler fermare il processo di ritiro e mantenere il Paese tra gli stati parte.

Per la presidente della Commissione Europea, è solo una questione di volontà politica: far valere il diritto internazionale o assecondare la legge del più forte. Per ora von der Leyen sta scegliendo la seconda strada: quella dell’inerzia nei confronti degli Stati Uniti, in nome dei buoni rapporti con un alleato che nel frattempo ha esplicitamente deciso di non comportarsi più come tale. Ma cosa accadrebbe se i cittadini europei le chiedessero di invertire la rotta?

L’iniziativa di Eumans e Non C’è Pace Senza Giustizia interviene proprio per questo, e si pone l’obiettivo, attraverso una campagna di pressione appena iniziata e un digiuno che durerà fino al 17 luglio (Giornata Mondiale per la Giustizia Penale Internazionale) di chiedere a von der Leyen di fare semplicemente quello che il Parlamento UE le ha già chiesto, attivando lo statuto di blocco. Si dimostrerebbe così con i fatti e non soltanto a parole che l’Europa è l’ultimo baluardo per la Giustizia Internazionale e lo stato di diritto, in un mondo che sembra aver abbandonato questa bussola.

Alla campagna si sono uniti 5 premi Nobel: Geoffrey Hinton (Fisica, 2024), Oleksandra Matviichuk (Pace, 2022, in qualità di Presidente del Centro per le Libertà Civili), Giorgio Parisi (Fisica, 2021), la Lega tunisina per i diritti umani (Pace, 2015) e Richard J. Roberts (Medicina, 1993).

E a proposito di Nobel, proprio su questo si concentra l’altra richiesta della campagna: conferire il Nobel per la Pace del 2026 alla Corte Penale Internazionale. La proposta formale di candidatura è stata già presentata: si tratterà ora di arricchirla con nuovi sostegni autorevoli e farla conoscere all’opinione pubblica.

Mentre il presidente degli Stati Uniti, nonostante la sua linea belligerante in politica internazionale, reclama pubblicamente per sé questa onorificenza, sarebbe un vero smacco conferirla a un’istituzione che persegue davvero obiettivi di pace e rispetto dei diritti umani: guarda caso, la stessa istituzione internazionale che Trump sta tentando di boicottare.

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